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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La «Voce della ragione» di Monaldo Leopardi (1832-1835)

Nadia Fantoni

Firenze, Società editrice fiorentina, pp. CXV-446, euro 20,00 2004

Tra 1832 e 1835 uscirono, per i tipi del pesarese Annesio Nobili, quindici tomi della rivista che già nel titolo ricordava la consorella «Voce della verità» di Modena, riprendendone la vena polemica legittimista e reazionaria. Fondatore e principale animatore ne era il conte Monaldo Leopardi di Recanati, già collaboratore del foglio modenese. Nel progettare e condurre un'impresa onerosa e, a motivo del suo radicalismo, osteggiata alla fine dalla sua stessa parte ? che la costrinse alla chiusura anticipata ?, il conte Leopardi fu aiutato dai figli Paolina (nei ruoli di corrispondente, copista e traduttrice) e Pierfrancesco. Il primogenito Giacomo, già definitivamente allontanatosi da casa, ne seguiva le vicende con ironico distacco e malcelata avversione, anche se in una lettera qui parzialmente riprodotta alle pp. CVII-CVIII non mancò di solidarizzare col padre per la scarsa riconoscenza che la ?legittimità? gli aveva riservato. Le pagine dedicate al complesso rapporto tra padre e figlio superano bene le difficoltà interpretative create dalla tortuosa dinamica familiare del poeta, là dove vi furono ?complicità di una comune origine?, un ?lessico familiare mai dimesso? ? l'autrice cita, in entrambi i casi, Rolando Damiani ? ma, soprattutto, ?una contrapposizione non generazionale, ma epocale, tra due contrastanti visioni del mondo? (p. CVI). La rivista, oltre a pezzi redazionali, conteneva testi di varia origine, tratti in genere da fogli di orientamento analogo italiani e stranieri: saggi, traduzioni, sonetti, recensioni, brani polemici, filosofici e storici; e persino sciarade, passatempo fra i preferiti del Leopardi. La sua personalità campeggia nella scelta e nella disposizione delle materie, restituendo il ritratto di un ?cattolico radicale? ? come ha scritto Marco Meriggi ? tra i più combattivi del suo tempo, che, volendo contrastare il liberalismo, e specialmente quello cattolico (si vedano i commenti a Pellico, a Botta, a Lamennais, a Tommaseo, uno dei ?garzoni di stamperia? dell'«Antologia» di Vieusseux), con i suoi stessi mezzi, aveva appunto ideato un ?controgiornale?. Nell'ampio saggio introduttivo l'autrice commenta un'attività pubblicistica genuinamente reazionaria, che dalla tradizione trae spunto per osteggiare il nuovo scoprendone i difetti e i lati deboli, oppure volgendolo al grottesco: di qui, il carattere apparentemente ?profetico? di alcune argomentazioni. Si lodano il boia e il ghetto, mentre le istituzioni liberali sono ridotte a luoghi di rissa; si subordina il sapere all'ortodossia religiosa e alla pace sociale, mentre si critica il mutuo insegnamento citando le stesse parole degli ?avversari?; e così via. Una sottile, ma ininterrotta linea rossa mostra l'evoluzione del tradizionale antigiudaismo in moderna avversione verso l'ebreo come sintomo del montante dominio borghese e dello strapotere degli ?spacciatori di carte? (p. 314). Non convince del tutto la scelta di riassumere tutta la rivista in un ?regesto? finale: la natura spesso sgradevole degli argomenti appare infatti come denudata dalla mancata contestualizzazione linguistica e, apprezzato lo sforzo di sintesi, il lettore corre cogli occhi ai brani citati testualmente.


Paola Magnarelli