SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Dalle alpi alle piramidi. L'Egitto nella politica estera italiana, 1876-1882

Nicola Neri

Bari, Cacucci, pp. 101, s.i.p. 2005

Lo studio di Neri si concentra su un periodo ricco di interesse. Il quinquennio 1876-82 racchiude anni decisivi per la storia egiziana, ma anche per l'Italia protounitaria che vede il passaggio al governo della Sinistra. Neri guida il lettore attraverso questi anni con una ricostruzione attenta e documentata, che si avvale di materiale edito e inedito, tesa a comprendere le ragioni e i contesti in cui maturarono le decisioni, dense di conseguenze, assunte da Pasquale Stanislao Mancini. Dopo la fase cosiddetta del ?raccoglimento?, la Sinistra tentò di attuare una politica estera più dinamica, sebbene con scarsi successi. In tale contesto l'area mediterranea sembrò lo scenario naturale in cui il giovane Regno potesse esprimere le sue ambizioni. Il paese del Nilo, in particolare, costituiva un riferimento carico di interesse sia per la cospicua minoranza di connazionali ivi residenti, sia per la simpatia di cui l'Italia godeva presso le autorità egiziane. L'autore comincia col descrivere la situazione dell'Egitto che si avviava verso la bancarotta e gli interessi delle potenze coinvolte. Quindi analizza le posizioni delle potenze europee rispetto alla crisi egiziana e le opzioni che vennero individuate per la sua soluzione. In questo contesto, l'orientamento del ministro degli Esteri italiano era segnato dalla preoccupazione per la gravità della situazione che non escludeva la possibilità di un intervento armato di potenze straniere. Mancini auspicava che Gran Bretagna, Francia e la stessa Italia, le tre potenze che registravano in Egitto i maggiori interessi, agissero in sintonia, lasciando l'ipotesi di un intervento turco come residuale. Per tutta la durata della crisi egli cercò di attivare il concerto europeo, senza escludere le corti del Nord, Berlino, Pietroburgo e Vienna, come ambito naturale per la risoluzione della crisi, onde evitare un'azione bilaterale o singola. In questo indirizzo Mancini, contrariamente ad alcuni suoi collaboratori, era confortato da un personale convincimento riguardo al fatto che la Gran Bretagna avrebbe tenuto conto degli interessi italiani. Perseguì su questa linea anche dopo che Francia e Gran Bretagna uscirono allo scoperto con la nota congiunta indirizzata al khedivé l'8 gennaio 1882. Continuò a sostenere la necessità del concerto europeo nell'ambito del congresso di Costantinopoli, incentrato sul caso egiziano, destinato peraltro a fallire. Coerente alla sua linea, respinse la tardiva e formale richiesta inglese di partecipare all'intervento in Egitto. Nelle ultime pagine Neri propone un bilancio sulla posizione di Mancini, riprendendo alcune critiche dei contemporanei, tra cui Crispi, che giudicarono il non intervento come un'occasione mancata, e offrendo infine una sua valutazione. Neri sottolinea che la formazione giuridica di Mancini e il suo appello al concerto europeo recavano con sé il limite di affidare la decisione sull'intervento dell'Italia all'assenso della Germania di Bismarck, il quale non considerava prioritaria l'area mediterranea. Tuttavia, egli continua, si deve affermare che Mancini seppur limitatamente animò il concerto europeo e dette alla politica estera italiana, pur senza significative cesure con quella precedente, un certo dinamismo.


Paola Pizzo