SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le prigioni di Hitler. Il sistema carcerario del Terzo Reich

Nikolaus Wachsmann

Milano, Mondadori, 610 pp., Euro 25,00 (ed. or. New Haven, 2004) 2007

Quanto mai positiva è stata la scelta di tradurre questa solida e ben documentata ricerca di Wachsmann, studioso tedesco di formazione accademica inglese e docente al Birkbeck College di Londra, che ha finalmente colmato un imbarazzante vuoto nella storiografia, specialmente fuori dalla Germania, sul sistema giudiziario e sulla realtà penitenziaria negli anni della dittatura hitleriana. Una prospettiva di lunga durata a partire dall'esperienza guglielmina e specialmente weimariana fino alla Germania del secondo dopoguerra permette di valutare gli elementi di continuità/discontinuità della storia della politica penale e carceraria nel Terzo Reich.Nella descrizione delle principali tappe, nello Stato policratico nazista, della politica giudiziaria e della realtà penale, drammaticamente intrecciantisi con la politica razzista ed eugenetica, emergono i diversi gradi e le spesso complesse forme di conflitto, concorrenza, compromesso e collaborazione attiva tra il sistema giudiziario, da una parte, con il controllo della realtà carceraria, e la polizia e le SS, dall'altra, con la gestione dei campi di concentramento. Si sottolinea allo stesso tempo l'influenza diretta e indiretta di Hitler, sia nella sua concreta azione d'intervento e ingerenza sul sistema penale, sia attraverso il lavoro di funzionari locali, intenti ad interpretare e prevedere con iniziative autonome la volontà del Führer, in una sorta di «obbedienza anticipata» e di «lavoro per Hitler» (Kershaw). Risalta il radicalizzarsi del terrore giudiziario dopo lo scoppio della guerra, con i suoi livelli più acuti nel periodo 1942-1945 sotto il nuovo ministro di Giustizia Thierack attraverso il vertiginoso aumento delle pene capitali, attraverso l'«eliminazione mediante il lavoro», in seguito all'accordo con Himmler per la consegna alla polizia dei condannati al «confino di sicurezza» e il loro trasferimento nei campi di concentramento, nonché attraverso il dilagare delle uccisioni di detenuti «asociali» e invalidi (capitolo VIII) e, infine, attraverso l'assassinio di alcune migliaia di reclusi negli ultimi mesi di guerra in seguito al piano di evacuazione degli istituti di pena. L'evolversi della situazione nel sistema penale, sintetizzato in un'utilissima appendice grafica, è seguito con un continuo interesse per le vicende concrete della popolazione carceraria, costituita da ebrei, polacchi, oppositori, testimoni di Geova, omosessuali, ma anche soprattutto da quei detenuti «comuni», rimasti spesso ai margini, se non esclusi nell'attenzione degli storici. L'a. è costantemente attento a non cadere in semplicistiche generalizzazioni interpretative, preferendo piuttosto un approccio ermeneutico differenziato e pluricausale, in un confronto critico con importanti filoni storiografici. In particolare questo studio mette definitivamente in crisi la teoria di Fraenkel, o derivata piuttosto da una banalizzazione della sua tesi, della natura duale dello Stato nazista, diviso tra una realtà arbitraria e discrezionale dello stato di emergenza, dominato dal terrore della polizia e delle SS, e una realtà normativa dello stato legale, garantito appunto dal sistema giudiziario.


Andrea D'Onofrio