SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La storia che giudica, la storia che assolve

Odo Marquard, Alberto Melloni

Roma-Bari, Laterza, VII-162 pp., euro 16,00 2008

Nel corso del secolo XX ? il termine iniziale può essere fissato all'immediato primo dopoguerra, quando le potenze vincitrici inserirono nel trattato di Versailles la clausola, peraltro mai applicata, in cui accusavano Guglielmo II «per crimine supremo contro la morale internazionale e la sacrosanta autorità dei trattati» e ne chiedevano il deferimento a un tribunale speciale ? l'espressione «tribunale della storia» ha cessato di essere una metafora o una formula retorica. A partire dal processo di Norimberga, che istituì la fattispecie del «crimine contro l'umanità», la pressione di governi, associazioni e opinioni pubbliche ha portato a una crescente commistione fra le valutazioni degli storici e le sentenze di corti nazionali e internazionali: con una forte accelerazione negli ultimi venti o trent'anni, quando la tendenza all'emanazione di norme giuridiche e conseguentemente all'emissione di sanzioni ha toccato, in parecchi paesi, anche il campo dell'opinione (le leggi contro i negazionismi, non solo sulla Shoah), oltre a quello delle azioni effettivamente compiute. Inevitabile che, in questo contesto, si complicasse anche il compito degli storici, chiamati non di rado a motivare sentenze o a supportare accuse e difese, a trasformarsi di fatto in periti di parte: ruolo a cui in qualche caso (il più noto è quello del francese Henri Rousso, chiamato a deporre nei processi Papon e Touvier) si sono esplicitamente e onestamente sottratti. È questo il tema capitale affrontato da Alberto Melloni nella prima delle due parti che compongono questo volumetto. La seconda, scritta dal filosofo tedesco Odo Marquard, affronta invece le connesse questioni filosofiche, con una serie di brillanti ? e a volte acrobatiche ? divagazioni sul tema della teodicea leibniziana e della sua traduzione in un mondo secolarizzato. Il lettore farà bene a non cercare in questo libro risposte nette e definitive ai molti interrogativi, di carattere etico e deontologico, che gli storici contemporaneisti sono quotidianamente costretti a porsi. Vi troverà invece (mi riferisco al saggio di Melloni) una utilissima ricognizione sintetica sui casi più significativi, noti e meno noti, di «tribunalizzazione» della storia, qualche polemica a volte un po' criptica (come quella che ha per oggetto Carlo Ginzburg e il suo paradigma indiziario) e molte riflessioni acute e giudiziose. Riporto quella che forse meglio sintetizza il pensiero dell'a.: «In questa situazione lo storico migliore non è quello che ingenuamente arretra nell'afasia, nella polverizzazione microstorica, in qualche forma di par condicio della memoria, ma quello che riesce a disilludere chi chiede sentenza, a far emergere il valore del dettaglio, la parzialità della fonte, chi sa rendere preziose le aporie, sa valorizzare le contraddizioni e, al contrario del tribunale, sa che solo il giudice apre un dossier come se, dopo anni o doposecoli, esso fosse rimasto identico e perciò ?vero?» (pp. 61-62).


Giovanni Sabbatucci