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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Dall'ipertesto al Web. Storia culturale dell'informatica

Paola Castellucci

Laterza, Roma-Bari, pp. VIII-266, Euro 20,00 2009

A dar conto del contenuto di questo libro è il titolo, non il sottotitolo. Non è infatti una storia dell'informatica, ma un lavoro sull'ipertesto, che va da un precursore come il V. Bush di As We May Think (1945) al cosiddetto Web 2.0. Protagonista assoluto dell'opera è Theodor H. Nelson, che formulò il concetto nel 1965 e ha continuato a svilupparlo sino ad oggi. Del padre dell'ipertesto il libro è anzi una difesa tanto appassionata, quanto superflua. Tolto il redattore di «Wired» G. Wolf, i suoi detrattori (come l'inventore del Web T. Berners-Lee) sono infatti presunti, così come è improbabile il complotto volto a negargli autorevolezza sfruttandone l'eccentricità, evocato dall'a.: con tali criteri persino Einstein risulterebbe poco autorevole.Un'insistita distinzione fra parole e cose (Foucault), concetti e applicazioni non giustifica del resto la partigianeria dell'opera: D. Engelbart è ad es. inserito in una genealogia che va da N. Wiener e J.C.R. Licklider a Nelson ma, benché quest'ultimo gli abbia dedicato Literary Machines, viene citato solo come inventore del mouse e autore della prima connessione in rete, non per aver realizzato e presentato al pubblico nel 1968 il primo sistema ipertestuale funzionante. Per scoprirlo occorre arrivare alle pp. 142 e 184, dove peraltro lo si lascia accennare allo stesso Nelson e a una citazione di V.G. Cerf.Il pregio maggiore dell'opera risiede in un'ampia e circostanziata disamina del pensiero di Nelson, dei suoi sviluppi e del suo milieu culturale. Il quadro dei riferimenti e degli scambi al cui interno si snoda la storia dell'ipertesto è esauriente e coglie bene la ragione di fondo della «fortuna» di alcuni «visionari» (non solo Nelson, ma anche Bush, Licklider e altri), consistente in un approccio multidisciplinare che permise loro di prefigurare e preparare il futuro. Un impianto «ipertestuale» e decisamente ridondante, tuttavia, fa sì che questo filo rosso venga sommerso in un profluvio di rinvii, associazioni fra parole e asserzioni spesso indimostrate, nel quale si trova di tutto: non solo Foucault, Lévi-Strauss, Barthes, Derrida, Landow e Bolter, ma anche Said e persino Gramsci.All'effetto di indeterminatezza che ne deriva si aggiungono la parzialità dei riferimenti bibliografici (oltre ai libri di J. Abbate e A.L. Norberg-J.E. O'Neill sulle origini di Internet, non è ad es. citato quello di J. Gillies-R. Cailliau sul Web) e l'assenza di un ricorso diretto alle fonti, molte delle quali citate da un Media Reader del 2003. Tra queste è anche il saggio di Nelson del 1965, benché accessibile nell'Acm Digital Library citata a p. 64n. Un uso davvero disinvolto delle parole aggrava infine le riserve sollevate dall'impostazione del lavoro. Scrive ad es. Nelson del suo sistema: «Its internal file structure would have to be built to accept growth, change and complex informational arrangements». C. traduce «la struttura di gestione dei file dovrà assecondare la crescita, il cambiamento e la disposizione libera, non preordinata» e commenta che si tratta di «un'ulteriore declinazione del tema presente nel titolo: crescita, cambiamento e libertà» (p. 76). Ma «libertà» non è neppure nel titolo del saggio.


Tommaso Detti