SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Verso il regime totalitario: il plebiscito fascista del 1929

Paola Dal Lago

CLEUP Editrice, Padova 1999

La lista unica, che gli elettori del 1929 potevano solo approvare o respingere, avrebbe dovuto rappresentare le confederazioni sindacali, così come le liste elettorali, per quanto di fatto universali, privilegiavano chi pagava un contributo sindacale. Insomma, doveva essere una rappresentanza corporativa. A questo aspetto Dal Lago non dedica molta attenzione, dato che il meccanismo di nomina dei candidati - in teoria elettivo all'interno dei sindacati - fu in realtà controllato dal partito; giustamente sottolinea invece il carattere di plebiscito, cioè la ricerca di una legittimazione di massa da parte del fascismo. Questo è in effetti l'interesse del tema: come mai un regime autoritario sente la necessità di una legittimazione popolare? E se per raggiungere lo scopo è necessaria una vittoria "plebiscitaria", cioè quasi unanime, quali sono i tassi di consenso e di legittimità ritenuti necessari e tollerabili? L'analisi dell'iter elettorale classico (compilazione delle liste, designazione dei candidati, campagna, composizione dei seggi, voto, risultati) è condotta con scrupolo e attenzione al dettaglio e rivela dati di indubbio interesse: il fascismo seguì con zelo e grande impegno le pratiche usuali del campaigning (comizi, volantinaggio, processioni ai seggi, ecc.), mentre fece sue le procedure garantiste del regime liberale, e anzi le applicò con scrupolo statalista raddoppiato (ordine e disciplina ai seggi, stampa centralizzata delle schede, segretezza del voto, regolarità dello spoglio, ecc.). Insomma affidò a procedure liberal-democratiche la regolarità di un voto che per definizione non era, né doveva essere, né liberale né democratico. Vi è qui un paradosso che l'a. documenta, ma che sembra non vedere. Piuttosto, pur non trovando alcun illecito nell'intero procedimento ed optando per la veridicità del risultato (98,33% sì, 1,57% no), non rinuncia a cercare l'"imbroglio" e denuncia la complessiva, sostanziale manipolazione della volontà popolare. D'altra parte certi eccessi di consenso in alcune zone, e invece l'emergere di un modesto, ma significativo dissenso in altre (cfr. il caso di Valdagno, dove alcune centinaia di "no" crearono grossi problemi ai Marzotto e al partito locale) la lasciano incerta se optare per l'alterazione dei dati oppure per la loro veridicità come indicatore del vasto consenso e di un certo dissenso. Ma non mi pare questo il punto. E nemmeno mi pare decisivo documentare la puntuale dissennata contrapposizione tra le due anime dell'antifascismo: la comunista, che era per il voto ("il NO diventi l'incubo dei fascisti"!, disponeva "Lo Stato operaio", p. 108) e la Concentrazione, che optò per l'astensione. Il rinvio a fonti a stampa americane dell'epoca segnala che l'a. ha studiato anche negli Stati Uniti. Poteva esser l'occasione per riflettere meglio sulla ricerca fascista di legittimazione internazionale in un mondo che manifestava allora intensa simpatia verso l'esperimento corporativo e invece un certo fastidio (non di più) per la violenza e l'illiberalità del regime.


Raffaele Romanelli