SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943

Paolo Buchignani

Milano, Mondadori, 457 pp., euro 20,00 2006

La tesi del libro di Buchignani è che sia esistito un gruppo di fascisti rivoluzionari che ha condotto una linea politica autonoma rispetto al regime, perdente, comunque separata da quella del fascismo conservatore, e che questo gruppo abbia mantenuto nel corso del tempo ideologie e pratiche antiborghesi e antiliberali, al punto da traghettarsi alla fine del regime, senza soluzione di continuità, nel Partito comunista. Questa interpretazione è legata all'idea che esista un'identità del «rivoluzionario» come distruttore dell'ordine che prescinde dai risultati e dai contenuti della «rivoluzione» che esso vuole compiere: da questa convinzione proviene un problema classico dell'interpretazione del fascismo, il suo essere o meno rivoluzionario. Il secondo assunto di questa interpretazione è che «rivoluzione» e «sinistra» siano due termini strettamente correlati: una relazione che in parte senz'altro è stata costruita e voluta da una parte della sinistra, ma che a questo punto appare completamente anacronistica. Se si può affermare che le forme del fascismo in alcune fasi furono «rivoluzionarie», certo non lo furono i contenuti sociali, né essi possono essere identificati con quelli del socialismo o del comunismo. Questo tipo di interpretazione era già presente in De Felice, che in parte Buchignani parafrasa nel suo testo ? citandolo spesso come un documento, e dimenticando che si tratta di un'interpretazione ? e che è uno dei riferimenti chiave nella costruzione di questo libro, assieme ad alcuni altri storici, non tutti defeliciani.I fascisti rivoluzionari di cui Buchignani scrive non hanno contorni ben individuati né sociali né di gruppo, e, oltre a Berto Ricci, che è senz'altro l'eroe di queste pagine, solo i personaggi di punta di questo movimento sono identificabili chiaramente. L'enfasi sul passaggio di questo gruppo dal fascismo al PCI fa dimenticare a Buchignani di analizzare, con la stessa attenzione che riserva al periodo del regime, la Repubblica sociale italiana, un momento che avrebbe potuto essere un interessante punto di verifica dell'inefficacia della sua tesi. Tuttavia, forse anche a causa della morte in guerra di Berto Ricci, l'autore si ferma al colpo di Stato del 25 luglio, che egli considera un momento di rivelazione della correttezza delle tesi anti classe dirigente delle forze rivoluzionarie dentro il regime.Questo libro offre conferma di quanto sia problematico esaminare i testi e le dichiarazioni dei protagonisti di cui si parla (qualunque sia la loro parte politica), senza verificarli in rapporto alle loro azioni, e senza compiere un'analisi critica delle loro autorappresentazioni. Un esempio per tutti. Buchignani afferma che durante il periodo delle leggi razziali Berto Ricci adotta una «strategia «nicodemitica»» ossia «ostentare atteggiamenti antisemiti per continuare la battaglia, in particolare contro quel razzismo biologico e filonazista da lui fortemente contrastato fin dal 1936» (p. 344). In che modo un atteggiamento antirazzista e rivoluzionario si possa sposare con l'ostentazione dell'antisemitismo e con una battaglia «occulta» è tutto da discutere.


Giulia Albanese