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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le radici del riformismo sindacale. Società di massa e proletariato alle origini della CGdL (1901-1914)

Paolo Mattera

Roma, Ediesse, 218 pp., Euro 12,00 2007

Il libro di Mattera può a buon titolo essere inserito fra quei lavori che stanno dando nuova linfa a una disciplina, la storia del sindacato, che è sembrata a lungo essere incanalata in percorsi troppo rigidi e che, per questo, aveva conosciuto un lungo ristagno. Esso, per usare le parole dello stesso a., «si propone di offrire una rilettura del sindacalismo riformista e della CGdL secondo un preciso asse interpretativo: all'origine di scelte sovente discusse v'era una stretta interazione tra contesto ambientale, retroterra culturale, esigenze organizzative e opzioni ideologiche. Ed è questa interazione che si è cercato di cogliere e mettere in evidenza, per collocare l'esperienza del sindacalismo riformista all'interno di un'articolata rete di relazioni» (p. 20).Va subito detto che il libro coglie il suo obiettivo: efficaci sono le pagine in cui descrive il complesso contesto ambientale in cui si forma il gruppo riformista, mettendo a frutto le numerose ricerche di storia locale con l'efficace contrappunto delle relazioni prefettizie. Altrettanto interessante è l'analisi del milieu culturale dei riformisti, di matrice industrialista, che li spinge ad immaginare un sindacato organizzato come un'impresa e basato su criteri di efficienza, con una politica modulata sui ritmi razionali e tecnici dell'economia: una «utopia razionalistica» (come l'ha definita Berta) che si scontrava con un paese in gran parte ancora pre-industriale. Inoltre, contaminando la «storia soggettiva» del sindacato con alcune categorie interpretative della sociologia dell'organizzazione e dei partiti, Mattera propone una parziale - e convincente - revisione del giudizio tradizionale sulla dirigenza riformista della CGdL, spesso considerata «burocratica e autoritaria, pronta con il proprio verticismo a contenere le spinte provenienti dal proletariato» (p. 132): questo atteggiamento, sostiene l'a., dovrebbe essere considerato più un segnale di debolezza che una dimostrazione di forza poiché le scelte della dirigenza furono il risultato di una serie di tensioni contrapposte in cui la sua cultura industrialista si scontrava sia con il panorama eterogeneo del proletariato italiano che con la capacità di mobilitazione del sindacalismo rivoluzionario, mentre la fragilità dell'organizzazione centrale scontava la diffidenza di molte strutture territoriali.Pur con questi pregi, tuttavia, in certi passaggi il libro pare scontare una eccessiva aderenza a una chiave di lettura attualizzante della vicenda che vi viene ricostruita. È pur vero che, come sostiene l'a. sulla scorta di un'osservazione di Musso, la complessità del mondo del lavoro di inizio secolo rivela delle somiglianze con quello attuale, così come le sfide con cui si deve confrontare il sindacato; e tuttavia l'affermazione che «il lascito più duraturo della CGdL» fu «l'avvio di un processo riformatore, per porre l'Italia sulla strada di un progresso graduale verso la modernità industriale, in armonia con le esigenze delle classi subalterne» (p. 212) lascia perplessi perché quel processo non si svolse, per la maggior parte del tempo, lungo queste coordinate.


Andrea Sangiovanni