SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I pensieri di un malpensante. Arturo Carlo Jemolo e trentacinque anni di storia repubblicana

Paolo Valbusa

Venezia, Marsilio, 227 pp., euro 22,00 2008

Pur consapevole della qualità e quantità degli studi scientifici dedicati ad una delle figure più insigni di intellettuale liberale e cattolico, che nel secondo dopoguerra si riconobbe nel terzo polo laico della politica italiana, l'a. si propone di ricostruire la biografia politico-culturale di Arturo Carlo Jemolo attraverso la sua intensa e vivace attività di pubblicista. Jemolo scrisse su numerose riviste e quotidiani nazionali con assiduità dal 1944 al 1981, anno della sua scomparsa, nonostante il suo notevole impegno di giurista, storico, avvocato. All'interno del lungo periodo preso in esame, in cui s'intrecciano questioni e temi di carattere diverso, dalla politica alla religione, dall'economia alla società, dall'etica al diritto, l'a. individua due fasi: la prima, quella delle grandi speranze di Jemolo nella rifondazione morale dell'Italia, che caratterizza i primissimi anni repubblicani, seguita dalla seconda e più lunga fase, che dagli anni '50 si snoda fino alla crisi degli anni '70. In essa prevalgono la disillusione e poi un cupo pessimismo sulla possibilità di riformare lo Stato, garantire la libertà, il rispetto della legge e, più in generale, sullo stesso futuro della democrazia italiana. Temi ricorrenti furono la riforma dello Stato nei suoi gangli vitali, rappresentati dalla burocrazia, la scuola, la magistratura, le forze armate; la laicità dello Stato, con una netta e rigida separazione tra potere civile e potere ecclesiastico; la rifondazione morale dell'Italia; il rapporto inscindibile tra diritto e giustizia. Particolarmente fecondi furono gli anni '50, in cui si fece serrata la denuncia dei guasti politici e sociali prodotti dalla «democrazia bloccata» della chiusura nei confronti dei comunisti; maturò la brevissima stagione dell'impegno politico diretto in Unità Popolare, il piccolo partito fondato nel 1953 insieme a Piccardi, Calamandrei, Codignola, per contrastare la «legge truffa» e per promuovere un polo di attrazione per la sinistra non marxista. Progressivamente crebbe il pessimismo di Jemolo sulle prospettive del consolidamento della democrazia italiana; egli accolse tiepidamente l'esperienza del centro-sinistra, perché nutriva dubbi sulla reale possibilità che i socialisti al governo potessero realizzare una coraggiosa politica di riforme. Attraverso l'osservatorio privilegiato di Jemolo pubblicista, il libro evidenzia la complessità e le contraddizioni del mutamento politico e sociale dell'Italia repubblicana. Qualche perplessità suscita nel lettore la ricerca eccessiva di giustificazioni e coerenze per alcune posizioni prese dal giurista romano nel percorso della sua vita, come ad esempio la temporanea adesione al fascismo, il voto al Fronte popolare nelle elezioni del 18 aprile 1948, la critica agli Usa e alla politica atlantica, la ricerca del dialogo con i comunisti, di cui non mise mai in discussione il contributo dato alla liberazione dal nazifascismo ma nei confronti dei quali operò nella convinzione di poterli «convertire» alla democrazia. Era questa la forza morale di un intellettuale fuori dal coro, di un «malpensante», come egli si autodefiniva.


Anna Lucia Denitto