SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il pensiero politico di Giuseppe Rensi. Tra dissoluzione del socialismo e formazione dell'alternativa nazionalista (1895-1906)

Pasquale Serra

Franco Angeli, Milano 2000

Il volume si colloca in una bibliografia su Rensi finora soddisfacente. Il periodo analizzato va dall'anno in cui compare il primo articolo rensiano sulla "Critica sociale" a quello in cui la riflessione teorico-politica rensiana si orienta verso il nazionalismo. L'impressione è che l'autore abbia soggiaciuto al fascino della temperie culturale di fine-inizio secolo. Non c'è nulla di quella temperie, infatti, che non ricada nella ricostruzione dell'autore: dal dibattito sull'idealismo a quello giuspubblicistico, fino a Mosca. Fa eccezione la mancanza di riferimenti al dibattito economico italiano, malgrado il ben noto giudizio di Schumpeter in proposito. Una delle tesi di fondo è che il nazionalismo esercita un fascino prepotente sulla cultura politica di fine secolo, anche su quei settori di intellettuali vicini al socialismo (p. 71). In questo, il percorso politico-intellettuale di Rensi è significativo; l'autore, infatti, lo legge quale esempio di interiorizzazione dei nodi teorici e politici del periodo (p. 12). A favorire il nazionalismo pervasivo è anche una cultura socialista incapace di ripensare il tema della nazione (p. 76). Su questo non v'è dubbio; anche se, in tutta franchezza, crediamo che ben altri fossero i motivi di questi limiti, che non la difficoltà della cultura socialista di pensare la tradizione (p. 76). Oltretutto, per "nazionalismo" - se abbiamo bene inteso - non è da intendersi tanto la pattuglia di intellettuali che si raccoglie attorno a "Il Regno" e all'Ani; ma, più in generale, il "vario nazionalismo" di cui avrebbe parlato un ventennio dopo Gioacchino Volpe, o anche quello indagato da Lanaro un ventennio or sono. Del resto, se il problema non si pone al volgere stretto del secolo; sorgerà qualche anno dopo, a partire dalla guerra tripolina e dall'allargamento del suffragio, quando agli intellettuali nazionalisti, a partire da Corradini e Rocco, il problema parrà quello di integrare le masse nello Stato: operazione politica possibile, a patto che queste fossero desocialistizzate, ossia sottratte all'influenza infame e deleteria del socialismo e delle dottrine internazionaliste. E su questo erano d'accordo tutti i maestri del periodo: Pantaleoni e Pareto, Prezzolini-Papini e la piccola ma agguerrita corte di intellettuali sovversivi e soreliani (Orano, Olivetti, Labriola) fulminati sulla via di Tripoli, ma sensibili a certo nazionalismo già in precedenza. Ora, da parte sua, Rensi, già al volgere del secolo, aveva tratto la conclusione, non solo politica, ma anche teorica (p. 84), che il socialismo non era più all'ordine del giorno, arrivando anche a condividere alcuni argomenti dell'antiparlamentarismo del decennio precedente. Da qui l'avvio della critica al riformismo socialista negli anni successivi. Critica del riformismo, ma soprattutto del giolittismo che, almeno a partire dal 1903-5, viene criticato non più da sinistra, ma sempre più da destra, ossia da posizioni sensibili, appunto, alla problematica nazionalista.


Francesco Germinario