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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia Costituzionale Italiana. Dallo Statuto Albertino alla Repubblica (1848-2001)

Roberto Martucci

Roma, Carocci, pp. 309, euro 23,00 2002

L'autore, specialista del pensiero costituzionale della rivoluzione francese, si avventura con quest'opera nel genere manualistico, e dunque nel lungo periodo. In verità il genere del volume non è chiaro: si tratta di un misto fra una storia delle istituzioni, una storia politica e un florilegio di pensieri in libertà sul sistema politico. Una miscela a dir poco esplosiva. Convinto forse, come lo erano i letterati del Seicento a proposito della poesia, che il fine dello storico sia la ?meraviglia?, Martucci sembra non tenere in alcun conto i risultati della ricerche passate e in corso e cercare risultati ?originali? a tutti i costi, non fosse altro sul versante delle definizioni. Così il libro è zeppo di ridefinizioni e di giudizi stroncatori su tutti e tutto il cui fine non è sempre chiaro. Ad esempio classifica il regime liberale e la ?dittatura antiparlamentare fascista? come due varianti del regime monarchico instaurato dalla vicenda risorgimentale, accomunate in una peculiarità italiana. La definizione è tanto audace, quanto scarsamente utile: non bastava per chiarire il secondo corno di questo presunto dilemma la vecchia nozione di ?doppio stato? risalente ad Ernst Fraenkel (autore mai citato)? Oppure spiega che il 25 luglio 1943 non ebbe luogo un ?colpo di Stato?, ma un ?coup de majesté? come avvenne nel marzo 1661 in Francia (pp. 243-6): il valore della distinzione ci sfugge, e soprattutto non crediamo così facile paragonare epoche e sistemi costituzionali così differenti. Invece qui tutto è comparabile se serve allo scopo e molte fonti ? ad esempio quelle memorialistiche ? sono usate come pezze d'appoggio a prescindere dalla loro autorevolezza e fondatezza. Così il tradizionale argomento della instabilità dei governi del periodo liberale è illustrato comparando con i governi inglesi dell'epoca, mentre non si fa menzione del ben più immediato parallelo con la Terza Repubblica francese. Oppure si critica il ?robusto collegio redigente? della nostra Costituente (la Commissione dei 75), perché, ?come sanno gli specialisti?, la costituente francese del 1879 aveva un ?Comité de Consitution di appena otto commissari? ed il numero di 75 era il doppio rispetto ai membri presenti alla convenzione federale di Philadelphia del 1787 (p. 262). Francamente ci sfugge non solo la plausibilità di simili paralleli, ma il loro stesso significato interpretativo. La comparazione sembra qui uno strumento per dividere il ?giusto? dallo ?sbagliato? (un esempio: ?a differenza di quanto si verificava in Inghilterra, nel contesto italiano poteva accadere che un presidente del consiglio dimissionario succedesse a sé stesso e che il nuovo governo fosse in continuità ideale e personale rispetto a quello precedente?, p. 112. Ma non si erano avuti fenomeni simili anche nella III Repubblica e a Weimar?). Ovviamente se il fine fosse, come si diceva prima, ?la meraviglia?, cioè l'esibire brillanti invenzioni verbali che siano apparentemente contro corrente, ma in realtà strizzino l'occhio alla vulgata corrente in certa pseudo-storiografia da talk show, la faccenda diventerebbe più comprensibile. Ci si rifiuta di pensare che questo possa avvenire in un manuale ad uso degli studi universitari.


Paolo Pombeni