SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

Il sapere dell'agricoltura. Istruzione, cultura, economia nell'Italia dell'Ottocento

Rossano Pazzagli

Milano, FrancoAngeli, 336 pp., euro 25,00 2008

Rispetto a percorsi più letterari della cultural history che hanno largo spazio nella storia dell'800 italiano, l'a. pone in primo piano il sapere scientifico e l'insegnamento dell'agricoltura, sui quali puntarono molto proprietari, agronomi e gli Stati per valorizzare il settore primario come base dello sviluppo.Spostare l'attenzione dai livelli di incremento della produzione e della produttività alla trasmissione delle conoscenze e delle tecniche consente non solo di illustrare le esperienze italiane della prima metà del secolo nel rapporto fra loro e con quelle di vari Stati europei (Hofwyl, Hohenheim, Roville), ma di seguire il non lineare passaggio dall'iniziativa privata alla gestione dell'istruzione agraria da parte dello Stato italiano. L'azione da questo intrapresa (dalla legge Casati del 1859, che inseriva il settore nell'istruzione tecnica, alle scuole superiori di agricoltura di Pisa, Milano e Portici, alla legge del 1885 che stabiliva una scuola di agricoltura in ogni provincia, alla legge del 1928) appare molto collegata alla ricchezza delle esperienze preunitarie, spesso fallite o spentesi, ma non per questo inefficaci.I casi della Toscana e del Piemonte hanno ampio spazio; del primo si conferma il noto ruolo d'avanguardia con l'istituto di Meleto e l'attività di Cosimo Ridolfi, la circolazione di giornali, l'Istituto agrario pisano, primo impegno dello Stato in Italia in ambito universitario; del secondo si evidenzia, contro una storiografia che ha sottovalutato esperienze e indirizzi di tipo capitalistico, il ruolo svolto dall'Associazione agraria subalpina (1842), dall'incremento di corsi e scuole negli anni '50, dalle facoltà scientifiche e da un gruppo di «uomini nuovi» che fecero del Piemonte un modello per istruzione professionale e innovazione produttiva. Ma si segnalano anche la ricchezza di iniziative dello Stato Pontificio e le società economiche del Mezzogiorno, rispetto ad una Lombardia in ritardo nella creazione di istituti, ma prolifica di letteratura agraria, libri, riviste, dibattiti, con le acute osservazioni di Cattaneo, e di un Veneto capace di molte iniziative, ma spesso fallite.Orti sperimentali, scuole, giornali, dibattiti, rapidi schizzi di agronomi e proprietari impegnati, ci restituiscono più che una «nuova» storia del settore primario, la percezione di quanto abbiano inciso studi recenti proiettati sulla considerazione dell'«agricoltura come manifattura» e sulla conoscenza dei percorsi trasversali (Mirri, Soldani, Biagioli, D'Antone, Sinatti D'Amico, Fumian, Bevilacqua, e studiosi regionali qualificati e convincenti puntualizzatori). Siamo lontani da una manichea visione città/campagna in quanto ciò che preme e qualifica i protagonisti e le istituzioni è la scienza divulgata, capace di formare i tecnici e diventare anche essa palestra di lotta politica.


Renata De Lorenzo