SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Remaking Italy in the Twentieth Century

Roy Palmer Domenico

Lanham-Boulder-New York-Oxford, Rowman & Littlefield, pp.180, s.i.p. 2002

Fare una storia d'Italia del Novecento in centottanta pagine è una impresa quasi impossibile. Roy Palmer Domenico, l'autore di uno studio sull'epurazione dei fascisti, ha uno stile vivace che aiuterà a rendere il suo libro leggibile per gli studenti. Ma la scelta degli argomenti da trattare sembra alquanto casuale, e in conseguenza una chiara linea complessiva di interpretazione, o perfino di racconto, stenta ad emergere. Un aspetto positivo, però, è l'attenzione al tema della religiosità, anche se la sua descrizione del rapporto tra Democrazia Cristiana e cattolicesimo è abbastanza semplicistica. Ma il lettore non troverà nessun analisi delle caratteristiche della formula di governo di Giovanni Giolitti, e il trattamento riservato alla politica economica è discontinuo. Le lotte agrarie del primo dopoguerra sono trascurate, e in conseguenza l'ascesa del movimento fascista è resa scarsamente comprensibile. Senza alcuna indulgenza "revisionistica", bisogna dire che la descrizione delle Brigate Nere come "eserciti privati di sadici e di assassini" (p. 86), è alquanto riduttiva. Verso l'inizio del libro Domenico ha delle pagine efficaci su Edmondo De Amicis e Carlo Collodi, e su Gabriele D'Annunzio. E le sue osservazioni sulla cultura di massa dell'ultimo ventennio non sono prive di originalità. Ma la ristrettezza dello spazio disponibile per gli argomenti che toccano la cultura ha imposto delle scelte discutibili, nonché delle semplificazioni insoddisfacenti. Di Pirandello e De Chirico, per esempio, il lettore imparerà soltanto che "continuavano il loro lavoro negli anni Venti con appena un accenno alle camicie nere" (p. 54). Di Puccini si impara soltanto che è morto negli stessi anni Venti. Tra i nomi omessi ci sono Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti, Giorgio Morandi, Italo Svevo, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini e Umberto Eco. Dell'alta cultura bisognava dire di più o di meno.


Adrian Lyttelton