SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Lo Stato fascista

Sabino Cassese

Bologna, il Mulino, 150 pp., € 14,00 2010

Scritto da uno fra i più stimati esperti di problemi dello Stato, questo libro è, prima di ogni altra cosa, una magistrale lezione di metodo. Avvalendosi della sua cultura specialistica, Cassese mette in guardia dal pericolo di ridurre lo Stato ad una «mera intelaiatura giuridica» (p. 81). Sicché si sforza di cogliere l'essenza dello Stato fascista utilizzando insieme gli strumenti degli storici, degli scienziati sociali e dei giuristi.Il tema è stato scelto per due motivi. Da un lato, perché continua ad esservi un'oscillazione di giudizio intorno alla natura dello Stato fascista; dall'altro, perché permane nella vita pubblica italiana il suo «mito». Ogni qual volta si discute di rafforzare il potere esecutivo riaffiora infatti, nel nostro paese, il timore che «si voglia far rivivere» lo Stato fascista (p. 9).Per capire che cosa fu lo Stato fascista, Cassese si sofferma innanzitutto sulle «persistenze», (p. 13) ossia sui fattori di continuità con lo Stato liberale. Fatta questa verifica, si concentra sulla legislazione fascista, rilevando come in essa siano certo rintracciabili motivi politico-ideologici, ma sia anche presente una componente razionalizzatrice, ben evidente, ad esempio, nella legge bancaria del 1936 e nell'Iri.Illustrando la «costituzione materiale» (p. 20) del fascismo, Cassese evidenzia il paradosso di uno Stato che, pur essendo a partito unico e rigidamente unitario, avviò un processo di «pluralizzazione», (p. 19) ovvero di «entificazione», (p. 18) che portò alla nascita di enti come l'Istituto Luce, l'Agip, l'Anas. Constatando che molte istituzioni nate in epoca fascista sono state mantenute anche nel secondo dopoguerra, l'a. affronta il problema dell'eredità che il ventennio fascista ha lasciato alla democrazia repubblicana. A suo giudizio, pienamente condivisibile, tale eredità ha prodotto tre gravi anomalie: una enorme «sfera pubblica»; uno Stato, «produttore di servizi e beni», presente in molti ambiti della vita dei cittadini; e infine un'amministrazione pubblica che «legifera, giudica, amministra» (p. 24).Tenendo conto di questo deposito storico, Cassese ritiene che sia sbagliata l'idea del fascismo come «parentesi», (p. 24) poiché lo Stato fascista fu, al contrario, un «ponte» (p. 64). Questo non significa, tuttavia, che non ebbe peculiarità proprie, riconoscibili in almeno tre ambiti. Il primo riguarda la rappresentanza. Dopo aver introdotto i plebisciti, il regime diede vita, con l'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni nel 1939, ad una «rappresentanza organica non elettiva» (p. 39). La seconda novità fu costituita dall'integrazione del Pnf nello Stato. La terza, infine, fu il corporativismo. In aperto dissenso nei confronti di quanti hanno liquidato il corporativismo come un «bluff» (p. 123), Cassese, anche sulla scorta di un pregevole studio di Alessio Gagliardi, apparso di recente, scrive che «non rimase senza effetti» (p. 140). Per mezzo delle corporazioni, il fascismo riuscì infatti a mettere ordine nel settore delle piccole e medie imprese, proteggendole dalla concorrenza e creando una rete in grado di concertare la loro azione.


Loreto Di Nucci