SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il partito dei cattolici. Dall'Italia degasperiana alle correnti democristiane

Vera Capperucci

Soveria Mannelli, Rubbettino, 709 pp., € 30,00 2010

Il volume di Vera Capperucci affronta il problema delle correnti interne della Democrazia cristiana fino al 1954. È un argomento noto, ma che viene trattato utilizzando per la prima volta in modo sistematico l'archivio della Dc (Direzioni, Consigli nazionali, Gruppi parlamentari). Ne scaturisce un volume ricco ed interessante, che non costituisce propriamente una storia del partito ma piuttosto una ricostruzione della sua dialettica interna, nella fase precedente a quella fanfaniana e a correnti «pesanti», con propri fondi, iscritti, sedi e strutture (come Iniziativa democratica, la Base, Forze sociali e poi i dorotei, i fanfaniani ecc). Le correnti qui descritte sono «tendenze», che esprimono idee e posizioni politiche, rappresentano minoranze congressuali, ma non ancora macchine elettorali o strumenti di «occupazione del potere». Hanno origini nell'esperienza prefascista, come la sinistra gronchiana, o il gruppo ex popolare, che si identifica con il partito e rifiuta di considerarsi una corrente. I dossettiani, invece, scaturiscono da una diversità generazionale, come affermò lo stesso Dossetti nel 1951 (p. 462).L'a. affronta, in particolare, la parabola del rapporto tra Dossetti e De Gasperi e collega, in modo convincente, il ritiro del primo alla sconfitta della sua idea di partito (e del connesso rapporto partito-governo), non a causa della «dittatura» degasperiana o del «tradimento» fanfaniano, ma per ragioni più profonde. Non si deve, anzitutto, dimenticare il più ampio contesto storico, religioso e culturale: è emblematica l'attenzione di De Gasperi per il tema della laicità dopo la scomunica dei comunisti nel 1949 (p. 330). Da queste pagine, però, non mi sembra uscire confermata l'identificazione del degasperismo con la sconfessione dell'integralismo cattolico in nome dei principi liberali. L'a. sottolinea giustamente i tratti liberali, occidentali, laici di De Gasperi, ma non emerge un leader liberale provvisoriamente prestato ad un partito cattolico, come lo descrive una certa storiografia cui Capperucci non è insensibile. Il volume, piuttosto, evidenzia l'impegno degasperiano per mediare tra ex popolari e dossettiani, tra primato dell'anticomunismo e riforme sociali. È una mediazione che ha uno spessore culturale e politico, si radica in profonde convinzioni religiose e in un'ampia visione storica. L'asse De Gasperi-Fanfani finì per imporsi perché rispondeva alla situazione più delle analisi di Dossetti. Le vicende interne della Dc, infatti, non sono separabili da quelle complessive del paese e molte «vittorie» degasperiane corrispondono ad una visione più lungimirante di quelle espresse dalle diverse correnti. Non è accaduto solo nel '47 o nel '48, ma anche nel 1951, quando non prevalse l'appiattimento della Dc sull'anticomunismo, come pensarono molti dossettiani, ma piuttosto tramontò il modello 18 aprile ad appena tre anni dal trionfo del 1948. Iniziò allora, infatti, una nuova fase, incentrata indubbiamente sulla degasperiana collaborazione con i laici, ma in cui sarebbe stato necessario attingere risorse anche a una visione «cattolica» della politica.


Agostino Giovagnoli