La sinistra e la città. Dalle lotte contro il sacco urbanistico ai patti col partito del cemento,

Roberto Della Seta, Edoardo Zanchini,
Roma, Donzelli, 97 pp., € 16,00

Anno di pubblicazione: 2013

Il breve saggio di Della Seta e Zanchini si articola in due parti. La prima (capp. I e
II), analitica, enuclea alcuni temi-chiave, a partire da studi classici sulle vicende urbanistiche
di alcune città italiane e da una ricostruzione dei tentativi di riforma urbanistica fra
gli anni ’60 e ’70, aperti dalla mancata riforma Sullo. Le vicende nazionali sono proposte
in modo sintetico e selettivo, funzionale alla seconda parte del volume. Questa (cap.
III), dal titolo Sinistra di governo?, porge una serie di dense valutazioni sugli ultimi anni,
assumendo a tratti il tono di vero e proprio manifesto. L’intento, con ogni evidenza,
non è offrire al pubblico un libro di storia ma una lettura forte, con deciso carattere di
proposta, del tormentato rapporto fra «sinistra» e «città» che ha come fulcro una parola,
denunciano gli a., scomparsa dal vocabolario della sinistra: urbanistica. Nonostante il carattere
militante, questo lavoro offre agli storici molto su cui riflettere a cominciare dalla
questione se alla base dell’incapacità della classe dirigente dell’attuale sinistra di declinare
le questioni urbane come tema politico, non vi sia anche il deficit d’interesse storiografico
che ha relegato il governo del territorio ad argomento – per citare gli aa. – «secondario, di
ambito locale e tecnico» (p. VII). Vi è stata, però, una fase dell’età repubblicana in cui il
governo della città era questione politica centrale, patrimonio politico-culturale non solo
della sinistra che, nella sua duplice identità comunista e socialista, vi affermò «una vera e
duratura egemonia» (p. IX), ma anche della sinistra Dc e di una parte rilevante del mondo
liberaldemocratico con cui il Pci sperimentò a più riprese inedite alleanze. I filoni che
alimentarono il complesso quadro delle culture urbanistiche di sinistra sono esaminati,
evidenziandone qualità e contraddizioni. Vi ritroviamo il dialogo fra l’Inu degli anni ’50
ispirato all’utopia liberalsocialista di Adriano Olivetti e gli intellettuali liberali di Italia
Nostra, l’alleanza laico-marxista che avvicinò il comunista Natoli ai liberali «doc» Cattani
e Storoni nelle denunce contro il sacco di Roma, e altre esperienze nazionali di grande
interesse. Vi troviamo però anche una critica fondata della natura «negativa» di molte battaglie,
la difficoltà a formulare ipotesi alternative, i limiti imposti dall’ideologia, la condanna
senza appello del «riformismo» che isolò spesso i promotori di progetti avanzati,
la concezione demiurgica della pianificazione, le analisi dominate dallo schema marxista
del «blocco edilizio», fino all’ambigua accettazione dell’industria delle costruzioni come
settore economico con funzione anticiclica. Gli anni ’60 ne emergono come decennio
aureo in cui affondano le radici le riforme del ’62 (legge 167), del ’67 (legge Ponte), del
’77 (legge Bucalossi), nonché una serie di provvedimenti esiziali per la tutela dei centri
storici. Dopo, il declino del tema urbanistico, la resa di una sinistra inerte, dominata da
una visione produttivistica e operaista, dunque incapace di declinare le sfide ambientali,
fino all’attuale assenza della «città» nei programmi della sinistra di oggi.

Melania Nucifora