SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Era Obama. Dalla speranza del cambiamento all’elezione di Trump

Mario Del Pero

Milano, Feltrinelli, 218 pp., € 18,00 2017

Quella di Obama è stata un’«era», cioè un momento definitorio dell’esperienza politica americana contemporanea? È questa domanda a spingere Mario Del Pero, tra i maggiori studiosi italiani di politica estera e commentatore acuto della vita pubblica statunitense, a scrivere questo libro che esce nel momento in cui la presidenza Obama termina. Con la natura quindi di un instant book per la sua tempestività, ma anche l’ampiezza, la documentazione, l’informatività, la maturità interpretativa dello studioso. Anzi, proprio il pragmatismo del testo che, senza uccidere la leggibilità, sgrana fatti e numeri prima di interpretare, è particolarmente apprezzabile di fronte all’impressionismo frequente in questi libri appunto tempestivi. Quali allora le specificità che ne fanno un’«era»? «Pesava – scrive l’a. – chi Obama fosse e cosa la sua elezione rappresentasse, prima ancora della sua azione di governo» (p.11). È cardine l’ascesa alla Casa Bianca del primo presidente afroamericano, che faceva brillare le potenzialità della democrazia americana. Ma se questa è l’innovazione centrale, essa non inaugura l’America postrazziale, ma semmai una lacerazione che ha riportato la «linea del colore» al centro della vita pubblica. La «nerezza cosmopolita» di Obama si scontra con le vocazioni neonazionaliste bianche nel paese e nel quadro internazionale. Certo un’«era» ma di radicalità, polarizzazione e scontro. Sul terreno programmatico sia interno che internazionale, l’a. esprime per le realizzazioni di Obama, soprattutto riguardo alla riforma sanitaria, alla politica anticrisi, a quella ambientale, alla gestione del declino americano nel mondo, a limitate iniziative contro la crescita dell’ineguaglianza, un cauto sostegno, sottolineando l’enorme difficoltà delle condizioni in cui si è trovato ad operare: la crisi economica, la radicale polarizzazione politica, la crescita del populismo reazionario. Contemporaneamente Del Pero critica l’eccesso di pragmatismo quasi tecnocratico, i molti momenti di incertezza, la prolungata, inane ricerca, questo un vero e proprio abbaglio storico, di un consenso bipartitico che non è mai arrivato. In conclusione l’a. sottolinea che il giudizio storico su Obama richiede conoscenze oggi ancora indisponibili. E sottolinea che il testo è scritto prima dell’ascesa di Trump, i cui stravolgimenti attuali diventano, per molti interpreti, una lente attraverso cui guardare alla «delusione» di Obama. Dopo due anni di «trumpismo» abbiamo gli strumenti per meglio fissare il significato storico dell’«era» Obama? Probabilmente no, ma forse abbiamo una indicazione sulla strada interpretativa transnazionale da percorrere. La crescita dei movimenti populisti, sovranisti e neonazionalisti non pone la seguente domanda: dagli anni ’90 in poi i governi di centrosinistra, cosiddetti della «terza via», cui anche Obama appartiene, che hanno cercato la risposta al neoliberismo trionfante in un neocentrismo che abbracciava il primato del mercato, dovevano fare altro e meglio per evitare che le domande di equità e sicurezza emergenti nel sociale non si indirizzassero verso i populismi autoritari che ci affliggono?


Maurizio Vaudagna