SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Eugenio Rignano e il socialismo liberale

Massimo Furiozzi

Milano, FrancoAngeli, 172 pp., € 23,00

La biografia politica di Rignano (1870-1930), intellettuale poliedrico e accademico «irregolare», più conosciuto all’estero che in Italia, è divisa in otto capitoli ai quali segue, in Appendice, lo schema provvisorio di un disegno di legge sul diritto successorio, elaborato nel 1920 e fatto proprio dal gruppo parlamentare del Psi. La proposta, figlia di un corposo libro del 1901 (Di un socialismo in accordo colla dottrina economica liberale), è il fulcro del suo pensiero e, per l’a., anticipa di quasi trent’anni il socialismo liberale di Rosselli, provando a conciliare «i vantaggi dell’iniziativa privata con le esigenze di una maggiore giustizia sociale […]. La sua elaborazione teorica tentava di ricomporre, attraverso un discorso giuridico che proponeva l’introduzione di un’imposta progressiva sull’eredità, la carica innovativa del socialismo con istanze liberali quali la salvaguardia degli incentivi al lavoro e al risparmio». (p. 15). Rignano, di origini ebraiche, laureato in ingegneria, sposato con Nina Sullam, si cimentò in varie discipline (psicologia, sociologia, biologia, economia, filosofia). Amico di Turati, collaborò con «Critica Sociale» dalle cui colonne propose un «programma medio», orientato a coniugare il programma minimo con quello massimo grazie all’introduzione di una tassa sulle successioni progressiva nel tempo. Il programma medio era incentrato sull’acquisizione di una «coscienza collettiva» finalizzata a superare le contraddizioni del capitalismo ma non a seguire Marx, di cui Rignano rifiutava la teoria del valore-lavoro e, riguardo al materialismo storico, «il determinismo associato al rapporto tra struttura e sovrastruttura, che tende a sfociare in un ingiustificato fatalismo circa l’evoluzione della società futura» (p. 43). Un sistema alternativo doveva passare dalla «graduale nazionalizzazione di tutti gli strumenti di produzione e dei capitali in genere, raggiungibile […] con una radicale riforma giuridica del diritto di proprietà, in particolare del suo carattere ereditario. Lo Stato avrebbe poi dato in gestione i capitali così nazionalizzati a volontarie associazioni di lavoratori indipendenti, operanti in regime di concorrenza» (p. 40). Fondatore nel 1907 di «Scientia», Rignano ebbe un rapporto controverso con il Psi da quando, interventista, definì il suo neutralismo «un’onta incancellabile». Non svolse attività di partito, l’impegno politico-sociale si sostanziò nel sostegno alle università popolari. L’a. non approfondisce l’ultima parte della vita di Rignano. Si sofferma su Democrazia e fascismo, saggio del 1924 in cui egli «rendeva merito al fascismo di aver riportato ordine e stabilità con mezzi resi necessari dalla gravità del momento» (p. 138), attirandosi le dure critiche di Rosselli, Treves e Gobetti. Chiarisce che il suo antibolscevismo non gli impedì di firmare il manifesto degli intellettuali antifascisti, né di criticare il corporativismo. Ma non indaga a fondo le sue scelte che, dopo il 1926 e al contrario di Turati, lo condussero all’estero per ragioni scientifiche e non per combattere il fascismo, che aveva cancellato le opposizioni (riformisti compresi) e che Rignano non capì.


Andrea Ricciardi