Giovanni Sbordone – Il filo rosso. Breve storia della Cgil nel Veneto bianco – 2007

Giovanni Sbordone
Portogruaro, Nuovadimensione, 285 pp., Euro 18,00

Anno di pubblicazione: 2007

Nelle recenti vicende economico-politiche del Veneto si riscontrano con immediatezza le sue specificità: piccola-media impresa, tassi produttivi tra i più alti d’Europa, identità territoriale rivendicata dalla Lega con il suo antifiscalismo. Un modello, quello veneto, la cui alterità rispetto al resto del paese è oggetto della volontà di rappresentanza (frustrata) della sinistra. Oggi come ieri l’alterità del Veneto continua a rappresentare per la sinistra un oggetto da conquistare e, prima ancora, da studiare e capire. Il libro di Sbordone si pone in questa linea di analisi delle peculiarità/alterità del Veneto rispetto agli orizzonti, storici e presenti, della sinistra italiana. Già nello stesso titolo sono indicati i riferimenti e le aporie: il rosso del filo che lega la storia del movimento sindacale e il bianco di un’area moderata e radicata nel cattolicesimo militante.Il filo rosso si dipana dalle associazioni operaie e dalle Camere del Lavoro unendo l’esperienza sindacale dei lavoratori veneti (della campagna, dell’industria e di entrambe) lungo tutto il ‘900: paternalismo industriale, biennio rosso, squadrismo fascista e trame padronali, afascismo operaio e nascita di Marghera, il ciclo di lotte del secondo dopoguerra, il metalmezzadro e la fine del Veneto contadino, le discriminazioni in fabbrica e lo sfruttamento degli anni ’50, il ’68 e le successive difficoltà per la CGIL di radicarsi nella realtà della piccola-media impresa. Si tratta pertanto di un lungo, robusto filo rosso che abbraccia i destini collettivi dei lavoratori seguendo la geografia rossa della regione: le città e le campagne (realtà a lungo sorde le une alle altre); e tra queste ultime il filo lambisce le terre del Veneto centrale (modello dell’immagine cattolico-conservatrice) e si dipana nella bassa pianura, patria delle lotte bracciantili del primo e del secondo dopoguerra. E infine c’è il polo di Marghera a segnare il dilagare del rosso, specie nel ciclo di lotta degli anni ’60 e ’70, indicando ulteriormente l’alterità della regione con le sue peculiarità, ma anche i suoi luoghi comuni e stereotipi. E spesso, come suggerisce Sbordone, anziché negare i luoghi comuni risulta più utile, per l’analisi storica, riconoscerli come tali, individuarne le origini, le subculture in cui sono radicati, le continuità e discontinuità.Allo stesso modo in cui il Veneto postunitario è parte integrante della storia dell’Italia contemporanea, la storia del sindacato veneto disegnata dall’a. s’intreccia con quella della CGIL, con un rimando tra vicende locali e quadro nazionale, una ricostruzione scevra da apologie e un linguaggio asciutto che non lesina la viva voce dei protagonisti. Alla fine, più che la storia della CGIL nel Veneto è la storia del movimento operaio, fatta di scioperi, lotte sociali e sindacali, delle contraddizioni latenti e palesi fra spinte progressiste e riformatrici ed universo moderato intriso dei principi del cattolicesimo e dell’autoritarismo padronale. Un mondo, o un modello, il cui policentrismo (economico-sociale e politico-culturale) rimane la caratteristica storica di fondo di una terra e della sua società.

Roberto Bruno