SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Sui banchi di scuola tra fascismo e Resistenza. Gli archivi scolastici padovani (1938-1945)

Giulia Simone, Fabio Targhetta

Padova, Padova University Press, 188 pp., € 16,00 2016

Una vignetta disegnata ad inchiostro su un foglio di quaderno da uno studente dotato di sarcasmo e giovanile senso dell’irrisione mostra le autorità – prete, gerarca e sindaco – su un palco malsicuro, davanti a una classe in divisa, mentre sulle loro teste scoppiano bombe. La sotterranea rivolta antiautoritaria che serpeggiava tra i banchi di scuola negli ultimi anni del regime raramente ha prodotto documenti che possano essere rintracciati negli archivi, se non nella forma d’interventi punitivi. Gli archivi scolastici conservano invece una ricca documentazioneistituzionale – circolari, registri, verbali – generata da un controllo a cascata dal centro alla periferia. Attingendo a fonti primarie conservate negli archivi delle scuole, gli aa. hanno ricostruito la vita di cinque Istituti superiori padovani – Magistrale Duca D’Aosta, Liceo classico Tito Livio, Istituto femminile Pietro Scalcerle, Commerciale Pier Fortunato Calvi, Liceo scientifico Ippolito Nievo – nel periodo 1938-1945. Possiamo così seguire la pervasività della fascistizzazione della scuola, esercitata dagli organi di regime che trovano in provveditore, presidi e insegnanti attivi esecutori. Come stupirsi allora dell’«adesione plebiscitaria» degli studenti a Onb e Gil? Nel 1938 i Provvedimenti per la difesa della razza sono accolti con solerzia, così come ci si era adeguati al «voi» e al saluto fascista. La «bonifica razziale» lascia tracce significative: arriva nelle biblioteche La difesa della razza e vengono epurati gli autori ebrei; l’Istituto Erminia Fuà Fusinato cambia nome in Amedeo di Savoia; alunni e docenti ebrei vengono schedati con una normale pratica burocratica e allontanati a inizio anno scolastico, della loro assenza nessuno reclama giustificazione. Il volume ricorda come tutto questo è accaduto nelle nostre scuole e suggerisce un possibile laboratorio storico-didattico. Registriamo qui il limite delle fonti istituzionali, non sufficienti a rendere conto della soggettività: gli stati d’animo, i pensieri, le ribellioni silenziose. Quale margine di scelta era possibile e quale autoconsapevolezza per adolescenti cresciuti sotto il regime i cui riti e simboli avevano colonizzato ogni gesto, ogni immaginario, ogni tempo di vita? Alcuni presidi e insegnanti cercarono di preservare la scuola dall’invadenza della politica. Ma la guerra butta all’aria programmi e calendari. Ognuno deve contribuire alla vittoria, rispettando la divisione dei ruoli di genere. L’antifascismo si rivela in chi sceglie la Resistenza, come il prof. Mario Todesco e i 4 studenti del Livio caduti. Che ruolo ha avuto la scuola nel far maturare le scelte? Le fonti soggettive soccorrono gli aa. La partigiana Taina Baricolo ricorda come le lezioni del prof. Adolfo Zamboni (futuro provveditore agli Studi) fecero «germogliare nelle coscienze il seme dell’antifascismo» (p. 164). Si incontrano, insegnante e allieva, nel 1944, catturati dalla Banda Carità e rinchiusi a Palazzo Giusti, dove i professori insegnavano ai detenuti le loro materie per mantenere viva la mente e la dignità umana, dopo le torture.


Maria Teresa Sega